Il Cammino della Citta Perduta – Parte 8

Scacchi nella Giungla

Siamo alla fine dell’avventura, ancora pochi chilometri e qualche gioiello nascosto prima di tornare a Santa Marta

di SIMONE CHIERCHINI

Continua il mio cammino a ritroso dalla Citta’ Perduta a El Mamey, sempre lentamente e per conto mio. Faccio un sacco di foto per futura memoria e per la gioia di parenti e amici a casa. Vorrei che fossero qui, anche se adesso so che nessuno di loro ce l’avrebbe mai fatta.
Oggi e’ caldo e appiccicoso e la maggior parte del percorso è esposto al rovente abbraccio del sole colombiano. Questa è la principale sfida della giornata, insieme a un paio di colline molto ripide da scalare e ridiscendere. Ho trovato un bastone da passeggio che qualche altro escursionista si è lasciato alle spalle e supportandomi con questo le cose vanno molto meglio.
Mi sto davvero godendo il fatto di essere tutto solo, lontano da gente che fa rumore e fuma tutto il tempo. Ora è più facile assorbire le immagini e i suoni della natura intorno a me. Ad un certo punto mi ricongiungo ai miei compagni di viaggio per un tuffo nel fiume Buritaca, che faccio buttandomi tutto vestito e con le scarpe da una roccia, lavando me e i miei vestiti in un colpo solo.
Ben presto arriviamo alle nostre cabanas e alle adorate amache. Ce la spassiamo alla grande con una zuppa fuori programma e una siesta pomeridiana, quindi seguendo una dritta di Castro, facciamo una camminata di 20 minuti per arrivare alle cascate. Queste devono essere raggiunte scivolando giù lungo un ripido pendio, aggrappandosi a una fune per non precipitare contro le rocce che popolano il fondo.
La cascata vola in aria da un salto di 20 metri con un forte boato e una spruzzata feroce, finalmente finendo pacificata in una bella piscina di acqua fredda e profonda, il tutto circondato da rocce che gli dei hanno messo lì per il piacere dei tuffatori.

Un salto di 20 metri con un forte boato e una spruzzata feroce

Un ragazzo colombiano si tuffa da uno scoglio a 15 metri di altezza e sfida poi i gringos a fare lo stesso. Nessuno è pazzo abbastanza da raccogliere la provocazione, invece siamo favorevoli a fare un tuffetto da una delle lastre a 4 metri di altezza, un trampolino ideale per i nostri gesti più borghesi.
Quando torniamo al campo lanciamo una mezza festa. Bottiglie di rum Medellin Añejo e lattine di birra Aguila appaiono come in un sogno dalla consistente scorta del proprietario delle cabanas, bellamente immerse nella loro scatola di ghiaccio.
La gente si suddivide in gruppi.
Alcuni iniziano a cimentarsi in rumorosi e chiassosi giochi di carte, mentre altri si sfidano in interminabili e macchinose partite a scacchi alla luce di romantiche candele.
Castro la guida porta un mucchio di dolcetti per tutti i suoi ragazzi viaggiatori, una meritata ricompensa per aver completato il Trek, superando narcos, serpenti e selvaggi americani.
La mattina successiva ce la facciamo ad arrivare a El Mamey e dopo aver divorato un pasto piccante ed esserci scolate un paio di Aguilas, ci  diamo subito da fare con un partita semiubriaca di tejo, la versione colombiana del gioco delle bocce che sembra una gara di lancio del peso con contorno di esplosioni di polvere da sparo.
La mia performance è tra le più disgraziate del secolo: con un lancio super storto quasi riesco a uccidere un cane di passaggio, a 5 metri di distanza dai bersagli esplosivi del tejo, tra le risate a squarciagola tanto dei trekkers che degli abitanti del villaggio.
Infine arriva il momento per l’ultima parte del nostro incredibile viaggio. Come in un film demenziale di serie B, la nostra sfida finale consiste nel cercar di fare entrare in una piccola Jeep Isuzu il seguente: 9 trekkers, Castro, il conducente, sua moglie e la figlia, più zaini, scatole di provviste e due polli! Dopo vari tentativi comici falliti, riusciamo a iniziare le nostre 12 miglia di calvario verso la strada principale asfaltata per Santa Marta con la seguente formazione: conducente/proprietario, moglie e figlia accomodati sani e salvi nella parte anteriore, 7 escursionisti perfettamente adattati a mosaico nella parte posteriore del veicolo in compagnia di polli e un po’ di provviste, fuori Castro, appeso alla grande ruota di scorta sul portellone posteriore della Isuzu, 2 coraggiosi inglesi sul portapacchi del tetto della jeep, seduti in mezzo un oceano di sacchetti e scatole.
In questa formazione a forma piramidale affrontiamo la perfida pista sterrata scendendo dalle montagne verso il mare, godendo di un comfort tipo scatola di sardine e livelli di sicurezza stile rally Parigi-Dakar, mentre il conducente va a zig-zag tra buche profonde come canyon, rocce che sporgono in mezzo al sentiero in terra battuta e i ristretti spazi carrozzabili sul bordo della strada.
La valle e la sua giungla al di sotto ora non sembrano più così invitanti o pittoreschi, mentre il motore fatica a tenere il passo e il fondo dell’Isuzu raspa più volte contro le rocce.

Uomini e galline in un felice mucchio…

Infine la jeep si arrende e si rifiuta di andare oltre. La trasmissione è andata.
Noi ci ritiriamo all’ombra di una abitazione nelle vicinanze, alcuni si addormentano, altri giocano a calcio con una palla di stracci, io guardo Castro e il conducente diventare tutti neri di grasso e sudore nel tentativo di riparare il danno.
Un altro colombiano arriva con la sua moto e si unisce al team di meccanici dopo esser corso a casa a prendere la cassetta degli attrezzi.
La jeep viene sbudellata, rigirata e riparata, quindi siamo pronti a riprendere il viaggio di ritorno verso la civiltà e tornare ai nostri separati percorsi, non prima però di esserci scolati un succo di frutta appena spremuto, generoso omaggio ai trekkers sudaticci da parte della signora che abita sulla strada per la Città Perduta.

Fine dell’Ottava e ultima parte

PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3
PARTE 4
PARTE 5
PARTE 6
PARTE 7

 

Copyright Simone Chierchini ©2011Simone Chierchini
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