Il Cammino della Città Perduta – Parte 2

Il cammino nella giungla colombiana

Pronti e desiderosi di iniziare il trekking di 6 giorni nella giungla verso la Città Perduta? Seguitemi nella foresta, sudando e ansimando dal inizio alla fine…

di SIMONE CHIERCHINI

Il primo giorno del Lost City Trek inizia con l’incontro di tutta la gang presso l’ostello di Santa Marta in Colombia. Un mostro di Land Cruiser viene caricato al di fuori, tra l’indifferenza della gente del posto. Il portapacchi è pieno di scatole, sacchi e zaini. Una volta che tutto è pronto, 10 viaggiatori si riuniscono alla chiamata di Castro, la nostra guida per il trekking. Di questi 10, 3 sono ragazze. Le nazionalità variano dall’inglese all’australiana, cinese, americana, tedesca e italiana.
Alle 10 lasciamo Santa Marta e prendiamo la strada che porta a nord. Questa strada passa attraverso il quartiere “sbagliato” di Santa Marta, confondendosi con una bidonville che si snoda lungo la strada principale per molte miglia. Povertà e spazzatura vanno fianco a fianco. La gente vive, cammina, fa affari, gioca sopra ad un ammasso indistinto di rifiuti, un tappeto di macerie e plastica che accompagna ogni passo. Gli edifici nel migliore dei casi sono  in mattoni, ma il più delle volte non sono più di baracche di lamiera e compensato. Come la strada ci porta più lontano da Santa Marta, la vegetazione comincia a reclamare il suo posto, lentamente ma costantemente.
Noi dieci siamo imballati strettamente nella parte posteriore della jeep, sensazione scomoda per il contatto fisico eccessivo, che arriva così presto all’inizio del viaggio, quando l’amicizia non è ancora sbocciata. Ogni pochi chilometri ci sono blocchi stradali di diverse specie: polizia, esercito, stradale, tutti con lo sguardo duro, ma al tempo stesso generosi di un caldo sorriso verso i viaggiatori. Non veniamo fermati ne’ perquisiti, quindi il gioco continua.
Dopo 45 km di strada asfaltata si lascia la strada principale per prendere uno sterrato in direzione della montagna. Da lì partono 16 km di massaggio completo del corpo, inclusi intestini, costole e anima su una strada che è in realtà più un sentiero per asini profondamente scavato dalle massicce e continue piogge. Fra dossi e balzi, la jeep si fa strada verso l’alto in direzione del villaggio di El Mamey, cercando al contempo di evitare le gole che solcano la pista ma senza finire in fondo alla valle, a circa 100 metri più in basso.

El Mamey, il punto di partenza

Una volta raggiunto El Mamey, un villaggio di 15 case che vanta un ristorante, possiamo finalmente uscire dalla Land Cruiser e cercare di riacquistare forma umana, non un compito facile. Questa è la fine della pista, dove le jeeps devono fare posto agli asini, che nel frattempo sono stati debitamente caricati per noi.
Mentre i viaggiatori si spostano sotto la veranda del ristorante per proteggersi dalla calura, un gruppo di abitanti del villaggio gioca a Tejo, un tipico gioco colombiano dove una pesante boccia di ferro viene lanciata con lo scopo di colpire un mucchietto di polvere da sparo posizionato su un letto di argilla a 15 metri di distanza. Potente musica erompe dallo stereo della jeep e così la salsa colombiana si mescola con le grida dei giocatori e le esplosioni della polvere da sparo, innescate dai colpi vincenti.
Mentre tutto questo accade, il pranzo è servito, composto da pasadillas, speziati triangoli fritti di mais ripieni di carne, più grandi panini al prosciutto e formaggio su un letto di insalata e pomodori. Ben presto il cibo è distrutto dalla famelica banda e arriva il momento di iniziare il trekking.
Si comincia con un’ora di facile percorso, il terreno è in piano, il caldo sopportabile. Il paesaggio mostra la mano dell’uomo. Qui i contadini locali hanno abbattuto buona parte della foresta per ottenere terreno coltivabile, così la giungla è a macchia di leopardo. Siamo a circa 500 metri sul livello del mare e siamo circondati da dolci colline ricoperte di alberi. Farfalle si muovono a grappoli, mentre in alto nel cielo i Chacos, una varietà di avvoltoi colombiani, circolano nell’aria, mai stanchi di cercare cibo fresco.
Anche se l’avvio è facile, i trekkers sono già completamente fradici di sudore quando raggiungono un piccolo fiume che scende dalla montagna sotto la copertura della chioma degli alberi. Castro suggerisce una nuotata in una piscina naturale e rapidamente alcuni sono pronti a liberarsi dei loro abiti sudati e a mettersi un costume da bagno. Presto tutti si immergono tuffandosi da una roccia, urlando di piacere al contatto con la bella acqua fresca. Nuotare nelle acque cristalline del fiume è un paradiso. Una marea di pesciolini vengono a toccare il mio corpo, interessati a fare amicizia con un ospite straniero. Quando uno degli australiani si tuffa dimenticando la bocca aperta riesce a inghiottirne uno …
Dopo un po’ è ora di vestirsi e di riprendere nuovamente il nostro cammino. Il percorso, tuttavia, diventa ben presto molto ripido e la mezz’ora successiva è veramente dura. La pista continua a salire, curva dopo curva, e la respirazione diventa improvvisamente un serio problema. Fiumi di sudore adesso scendono a inzuppare ancora di più i miei vestiti e il cuore batte a un ritmo impossibile. Esseri umani e asini competono per lo spazio sulla stretta pista, mentre tutti fanno una gran fatica, con l’ovvia eccezione dei portatori colombiani: le dimensioni dei loro polpacci avrebbero dovuto suggerirmi in anticipo quello che era ci avrebbe atteso sulla pista…
Il paesaggio è incantevole, ma è difficile sollevare gli occhi dalla farinosa sabbia rossa su cui stiamo camminando. Il cervello inizia a porre le ovvie domande: ho peccato di arroganza? Ce la farò ad arrivare alla Ciudad Perdida? Il dorso degli asini, ricoperto da enormi sacchi di cibo, diventa disperatamente invitante e così anche la terra, ogni tronco a forma di panchina o prato. Il camino è solo all’inizio e sono già in difficoltà, sia fisicamente che mentalmente, ma ci do’ dentro, passo dopo passo, le mani sui quadricipiti, sudore che mi scivola negli occhi attraverso il cappello.

Uno strato di sudore e di polvere inizia a formarsi sul nostro corpo…

Come si comporterà il mio ginocchio appena operato (ho fatto la ricostruzione del legamento crociato anteriore solamente 13 mesi prima del viaggio)? Mi mollerà a metà strada? Questi e altri trucchi del cervello mi infastidiscono, ma il tempo passa. Curva dopo curva continuo a salire. I trekkers sono ora sparsi in una linea sottile lunga un miglio e anche alcuni degli asini rimangono indietro, incuranti delle continue grida dei portatori. Uno strato di sudore e di polvere inizia a formarsi sul nostro corpo, partendo dalle caviglie e salendo su  fino agli occhi, che non possono essere strofinati in quanto le nostre mani e braccia sono state spruzzate abbondantemente con il letale repellente per insetti al DEET.
Come spesso accade nella vita, quando le cose sembrano essere divenute ormai insopportabili, tutto si calma. Abbiamo raggiunto la cima della prima salita e siamo accolti da una splendida vista di colline e montagne coperte di giungla fino all’orizzonte, alcune avvolte nella nebbia, altre illuminate dai raggi del sole che ogni tanto penetra attraverso l’irregolare copertura di nubi.
Io crollo su un pungente tappeto di erba e inalo insaziabile sia l’aria fresca portata dal vento che accarezza l’altopiano e la vista che incanta il cuore. Strano, penso, come la foresta pluviale abbia sempre affascinato i miei sensi e mi abbia fatto amare l’America Latina ancora più del mio paese. Strano, penso, che tutti in questo trekking siano 20 anni più giovani di me. Cosa c’è che non va in me? Sto cercando di dimostrare qualcosa a me stesso o la realtà di me stesso è che i miei livelli di energia mi fanno essere dove ci sono giovani ventenni?
Il mio sognare a occhi aperti è rapidamente messo da parte quando la carovana di persone e animali si avvia di nuovo lungo la pista. Ci aspetta ancora una serie di ripide ascese per un’altra ora, ma meno impegnative rispetto alla precedente, sia che le gambe si siano intostate o che il percorso sia effettivamente più facile. Vi è ora più tempo per notare dove siamo, di essere grati per la splendida opportunità che abbiamo, per rendersi conto che non ci sono zanzare e che il mio ginocchio è diventato improvvisamente più rigido del normale, non avendo per nulla apprezzato la prima salita.
Dopo un po’ si arriva ad un capanno dove ci sta aspettando un rinfrescante spuntino, sotto forma di frutta fresca che i portatori fanno a fette sul posto con i loro machete, ananas, angurie e mandarini, succosi miracoli di delizia che fanno fremere di piacere la tua gola mentre le budella si attorcigliano per la gioia…
Quando ricominciamo a camminare, il mio corpo è già così stanco che non riesco a sentirlo, ma ormai sono entrato in una fase in cui queste sensazioni in realtà non contano più. Vedo i miei piedi nelle scarpe prendere reciprocamente posto davanti a me e la mia testa è priva di pensieri, sentimenti, preoccupazioni. Sono vivo, sudo, cammino, questo è tutto, per le prossime due ore. Altre colline, fiumi da attraversare, creste da discendere, come pezzi del domino uno dopo l’altro cadono.

Gli umani non smetteranno mai di bruciare la foresta pluviale 

Il fumo della giungla che brucia e muore a volte mi sveglia, ricordandomi che un giorno tutto questo sarà perduto, dato che gli umani non smetteranno di bruciare la foresta pluviale fino a quando non c’è ne sara’ rimasto che qualche ettaro, ma poi abbandono anche queste tristi riflessioni, per riprendere il mio camminare in stile meditazione, ora completamente solo, mentre il gruppo di compagni di viaggio diventa un ricordo lontano. Il tempo smette di esistere e le ultime due ore durano due infiniti minuti senza fine, al termine dei quali la meta arriva improvvisamente in vista, la nostra destinazione è raggiunta.
Quelle cabanas che ora vedo sono come un hotel a cinque stelle nella giungla, la doccia fredda con acqua presa da un ruscello è un sogno di purificazione interiore che diventa realtà, il pasto di riso e insalata di pollo è un banchetto che nessun famoso chef potrà mai eguagliare, l’amaca che finalmente mi avvolge è il ricordo di un materno abbraccio prenatale.
Poi la serenata di grilli, rane e uccelli notturni mi concilia il sonno, dopo di che tutto si spegne.

Fine della Seconda Parte

(Continua)

PARTE 1
PARTE 3
PARTE 4
PARTE 5
PARTE 6
PARTE 7
PARTE 8

Copyright Simone Chierchini ©2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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One thought on “Il Cammino della Città Perduta – Parte 2

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