Il Cammino della Citta’ Perduta – Parte 4

Famiglia  Kogi

Un gruppo di Kogi davanti alla abitazione di famiglia

E’ il terzo giorno della nostra escursione verso la Città Perduta e incontriamo un insediamento Kogi, dove io interpreto con efficacia il ruolo di medico della giungla

di SIMONE CHIERCHINI

Sono le 7 ed è ora partire. E’ il terzo giorno del trekking e oggi c’e’ in programma l’approccio finale alla Ciudad Perdida. Iniziamo il cammino attraverso la giungla in una fresca, piacevole temperatura. Ancora una volta l’assenza di zanzare è un perfetto regalo per il viaggiatore, e lo sono anche le splendide vedute delle montagne boscose. Ovunque si possa girare la testa è totale solitudine e il canto degli uccelli, mentre i colori e le forme della giungla, sempre mutevoli, sono profondamente commoventi e raccontano infinite storie a chi le sappia ascoltare.
La pista inizialmente è leggermente ondulata, ma dopo la prima ora le cose cambiano improvvisamente: per quaranta minuti si sale ancora e si tratta di una salita ripida, come il primo giorno, ma questa volta le nostre gambe rispondono più volentieri. Forse la dura ascesa del primo giorno ha rimosso la ruggine dalle nostre giunture o magari oggi e’ più presto e il percorso e’ al riparo degli alberi. Sudo, silenziosamente impreco e digrigno i denti man mano che salgo, ma arrivo in cima senza fermarmi. E’ ora di fare una pausa e recuperare il fiato. Ananas e banane, meritato premio dopo la lotta, compaiono come per incanto fuori dall’enorme zaino di uno dei portatori. È il più giovane dei facchini che ci accompagnano, solo un ragazzino, un duro ed eroico colombiano di 12 anni che non mai si ferma, sorride, si lamenta. Ripenso a mio figlio, suo coetaneo e mi rendo conto di come la nostra civiltà si stia rapidamente rammollendo.
Riprendiamo il nostro cammino e ben presto raggiungiamo un piccolo insediamento Kogi. Castro, la nostra guida per il trek, dice che chiederà al capo di mostrarci come i Kogi preparano un liquore con la canna da zucchero fermentata e poi magari possiamo gustare questa rara specialità. La guida va a conferire con il capo ma ben presto ritorna, tutto apologetico: scordarselo, non c’è nulla da fare. La moglie del boss è malata con una fortissima febbre, per cui estranei non possono essere ammessi nella circolare capanna di paglia dove la coppia risiede con una notevole quantità di bambini.

Il dottore della giungla e’ stremato…

Poi Castro chiede: “Non e’ che qualcuno avrebbe delle medicine per la moglie del capo?”. Ed eccomi improvvisamente trasformato in un dottore della giungla. Entro nella capanna del capo con la mia confezione di farmaci, cercando di interpretare a dovere il mio ruolo, mentre una dozzina di Kogi mi scruta senza proferire parola. Finalmente riesco a ripescare in mezzo al mucchio di medicine la boccetta di Tachipirina, proveniente dall’armadietto della mamma a Roma, e metto 20 gocce in un bicchiere d’acqua per la malata. Lei inghiotte, tutti mi guardano, nessuno dice niente e comincio a sentirmi come quel missionario occidentale nel villaggio dei selvaggi di hollywoodiana memoria. Allora il capo si alza, esce dalla capanna e subito rientra con un sacchetto di plastica in mano. Me lo dà, poi, mentre tutti gli altri continuano a tacere, mi invita ad andarmene.
Quando Castro vede la merce dice che sono foglie di coca e che e’ un dono di grande valore. Condivido le foglie con i miei compagni di viaggio mentre Castro spiega che vanno masticate per liberare l’alcaloide in esse contenute, ma poi sputate senza deglutirle in quanto potrebbero causare vomito. E’ ora di riprendere il passo, ma adesso ad un ritmo più veloce, come i nativi americani di tanto tempo fa, sostenuti dalla scarica di adrenalina creata dall’alcaloide ora in circolo nel nostro organismo. Una cosa e’ sicura: è molto più facile superare le colline più ripide e sopportare il caldo che a questa ora si abbatte sulle magnifiche montagne colombiane tutto intorno.
Quando i conquistadores scoprirono il particolare effetto delle foglie di coca sulle persone, le utilizzarono per far lavorare la locale popolazione indigena fino all’esaurimento fisico e la morte. La stragrande maggioranza dei 10000 Tayrona che originariamente popolavano la zona vennero sterminati attraverso condizioni di lavoro disumane, fame, malattie, guerra.
Queste informazioni, risultato della mie letture pre-viaggio, mi rimbalzano in testa mentre cammino in una larga radura dove la foresta è stata del tutto tagliata. Qui i Kogi praticano la loro agricoltura di sostentamento. Un piccolo Kogi mi si avvicina; il bambino indossa il tipico abito bianco tradizionale e ha a tracolla l’inevitabile borsetta bianca con righe marroni. Il marmocchio fa gesti in direzione del mio berretto da baseball, un cappello arancione NYPD made in Nicaragua che ho comprato in un precedente viaggio. Poi gli esplode in faccia un gran sorriso a mille denti, che, invitante, dice tutto senza bisogno di traduzioni: gringo, regalami il tuo cappello! Io, ovviamente, ci casco senza neppure rifletterci su un secondo e mi ritrovo con la testa scoperta sotto al picco del sole, mentre il piccolo Kogi corre come un pazzo per mostrare agli amici lo straordinario dono ricevuto da un uomo bianco che passava zaino in spalla nella giungla.

Fine della Quarta Parte

(Continua)

PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3
PARTE 5
PARTE 6
PARTE 7
PARTE 8

Copyright Simone Chierchini ©2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
https://simonechierchini.wordpress.com/copyright/


Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...